I confini del sapere
Una frattura epistemologica irreversibile
A partire dal XX secolo, con le crisi dei fondamenti matematici, le rivoluzioni scientifiche e l’emergere delle scienze cognitive, nel cuore del pensiero si apre una frattura epistemologica decisiva: la conoscenza non è più intesa come un sistema chiuso, autosufficiente e deduttivamente completo. Piuttosto, essa appare come un campo aperto, instabile, processuale e costitutivamente interpretativo.
Il sapere nasce dalla relazione
All’interno di questo scenario, Roland Barthes, con la sua teoria del testo e della significazione, assume un ruolo cruciale. Il suo pensiero, per quanto maturato in ambito semiologico e letterario, si innesta in una costellazione più ampia, in cui risuonano i contributi di Gregory Chaitin, Michael Polanyi, Werner Heisenberg e Kurt Gödel. Li accomuna un’intuizione radicale: il sapere non può essere racchiuso in una totalità formale, ma si costruisce nel rapporto tra limite, soggettività e apertura.
Barthes, con l’affermazione della morte dell’autore, demolisce l’idea di un significato univoco. Il testo non contiene un senso da estrarre, ma si apre a una molteplicità di letture e ad una semiosi potenzialmente infinita, cioè a una costruzione potenzialmente infinita di sensi. In parallelo, Chaitin, nella sua teoria algoritmica dell’informazione, dimostra che esistono verità matematiche indecidibili, cioè non derivabili da alcun sistema assiomatico finito. La sua costante Ω esprime precisamente questo: l’esistenza di un’informazione che, pur essendo vera, sfugge a ogni sintesi compressiva. Il linguaggio per Barthes, e la matematica per Chaitin, convergono così su un principio strutturale per cui non chiusura o totalità derivabili. Il significato non si decifra ma si costruisce, e così anche la verità, che si accetta nella sua eccedenza formale e non ha più bisogno di dimostrazione.
Un secondo asse di convergenza si sviluppa tra Barthes e Heisenberg. Il principio di indeterminazione, formulato dal fisico tedesco nel contesto della meccanica quantistica, implica che l’atto di osservare modifica il sistema osservato. Non esiste un punto di vista esterno, neutrale o assoluto: ogni conoscenza è co-costruzione tra soggetto e oggetto. Anche per Barthes il significato non risiede nel testo, ma nell’interazione fra testo e lettore. L’oggetto testuale non precede l’interpretazione, ma ne è il prodotto. Il lettore, come l’osservatore quantistico, è parte del fenomeno che intende comprendere.
Non tutto quello che sappiamo lo sappiamo dire
Con Michael Polanyi si introduce una terza dimensione epistemologica: la conoscenza tacita. Non tutto ciò che sappiamo può essere detto. Le nostre competenze, intuizioni e percezioni esperte sfuggono alla formalizzazione. Barthes riconosce una simile eccedenza nella testualità: un testo non si esaurisce mai nella sua lettura. C’è sempre un resto, una stratificazione semantica che eccede ogni tentativo di riduzione. Il sapere, come il significato, si dà anche nel non-detto, nel gesto e nella competenza incarnata. La conoscenza vive non solo nei concetti, ma nelle strutture simboliche che ci abitano e che ci orientano prima ancora che vengano concettualizzate.
Dove il limite diventa metodo
La dimensione applicativa di queste intuizioni attraversa ambiti diversi, dalla strategia alla comunicazione, fino all’intelligenza artificiale. In ambito comunicativo e di branding, le identità non sono più imposte in modo univoco, ma si costruiscono nell’interpretazione sociale — come testi aperti, secondo la lezione barthesiana. In geopolitica, le decisioni non producono effetti lineari: ogni azione modifica il contesto in cui si inscrive, secondo una logica performativa e retroattiva che richiama Heisenberg. Le scelte strategiche operano, come nel pensiero di Polanyi, su un piano spesso tacito, basato su pattern intuitivi più che su modelli algoritmici. Infine, l’analisi dell’intelligenza artificiale rivela i limiti strutturali dei sistemi di elaborazione linguistica che, sebbene capaci di produrre testi sofisticati, non accedono alla tacita complessità della conoscenza incarnata. Rimangono ancorati a una visione computazionale chiusa, ignorando il carattere indecidibile, eccedente, e irriducibile del linguaggio e del pensiero umano.
La conoscenza è un processo aperto
Il punto più profondo di convergenza si manifesta in una vera e propria epistemologia del limite. Barthes, Polanyi, Chaitin, Heisenberg e Gödel, ciascuno dal proprio campo, tracciano una mappa della conoscenza come processo aperto. La verità non è un’istanza originaria, ma una costruzione che si forma nella tensione tra regola e eccezione, tra contesto e struttura, tra forma e interpretazione. Il sapere non si dà una volta per tutte: emerge, si trasforma e si destabilizza. È un campo dinamico, un’interazione continua tra interpretante e oggetto, tra osservatore e sistema, tra lingua e mondo, tra soggetto intenzionante e oggetto intenzionato.
Così si delinea una visione della conoscenza come processo emergente, irriducibile a schemi chiusi e refrattario a ogni totalizzazione. Il sapere non è applicazione di regole a dati fissi, ma costruzione aperta, interpretazione storica ed elaborazione incarnata. La conoscenza è infinita non perché contenga tutto, ma perché non smette mai di trasformarsi attraverso l’interazione con chi la abita.
Le eccedenze indescrivibili della verità
Anche sul piano formale, questa irriducibilità è stata dimostrata da Kurt Gödel: il suo teorema di incompletezza rivela che ogni sistema assiomatico coerente è strutturalmente incapace di contenere tutte le verità che genera. In altre parole, l’intero edificio della razionalità formale porta inscritto un margine di indimostrabilità. La verità, dunque, eccede ogni sistema e non può mai essere del tutto formalizzata. Questo rappresenta il nucleo epistemologico del limite.
In questo orizzonte, la riflessione sui modelli linguistici generativi contemporanei permette di misurare la distanza tra una conoscenza incarnata e un linguaggio simulato. È qui che l’attualità della questione epistemologica si fa più visibile.
Gli LLM sono privi di eccedenza
Nel contesto attuale, la comparazione con i modelli linguistici generativi, come i Large Language Models di cui il più noto è ChatGPT, consente di attualizzare con efficacia le tesi di Barthes, Polanyi, Chaitin e Heisenberg. Gli LLM operano secondo logiche probabilistiche che ricombinano segmenti linguistici in base alla plausibilità statistica, simulando coerenza senza però accedere a una reale comprensione semantica o situata. La loro creatività è una funzione di prossimità, non di intenzione.
Ciò che emerge, in questa prospettiva, è la paradossale riattivazione di un’idea di testo chiuso proprio da parte di strumenti progettati per generare linguaggio aperto. I LLM producono testi che appaiono aperti, polisemici e adattivi, ma sono in realtà il risultato di un’elaborazione interna a un contenitore chiuso: il corpus di addestramento, le regole di inferenza e le metriche di ottimizzazione. L’intelligenza artificiale, così intesa, calcolando e processando produce plausibilità statistica e non senso.
A questo punto, dunque, l’indecidibilità di Chaitin, l’osservatore implicato di Heisenberg, la conoscenza tacita di Polanyi e la semiosi infinita di Barthes, segnano i confini epistemici che distinguono il sapere umano dalla simulazione algoritmica. Laddove l’uomo crea significato attraverso un’interazione situata, incarnata e storicamente determinata, gli LLM operano in un contesto de-situato, senza esperienza del mondo, senza rischio, e senza morte.
L’uomo deve abitare lo spazio eccedente
Il sapere aperto, dunque, non è soltanto una struttura teorica, ma una condizione irriducibile. E proprio nella sua indecidibilità, nella sua incompletezza costitutiva, si distingue da ogni automatismo in cui l’uomo, per rimanere uomo, deve abitare lo spazio eccedente per assegnare titolo di realtà e verità ai concetti.
Bibliografia
Barthes, Roland – Il piacere del testo, Torino, Einaudi, 1973.
Barthes, Roland – La morte dell’autore, in Il brusio della lingua, Torino, Einaudi, 1988.
Chaitin, Gregory J. – Meta Math! The Quest for Omega, New York, Pantheon Books, 2005.
Gödel, Kurt – Über formal unentscheidbare Sätze der Principia Mathematica und verwandter Systeme I, Leipzig, Akademische Verlagsgesellschaft, 1931.
Heisenberg, Werner – Fisica e filosofia. La rivoluzione nella scienza moderna, Milano, Il Saggiatore, 1961.
Polanyi, Michael – Tacit Dimension, London, Routledge & Kegan Paul, 1966.
Popper, Karl R. – Congetture e confutazioni, Milano, Il Mulino, 1972.
Dreyfus, Hubert L. – What Computers Still Can’t Do, Cambridge (MA), MIT Press, 1992.
Varela, Francisco J., Thompson, Evan, Rosch, Eleanor – The Embodied Mind, Cambridge (MA), MIT Press, 1991.