Manifesto

Credo nella correttezza epistemologica come fondamento del pensiero: nella responsabilità di distinguere ciò che si sa da ciò che si ipotizza, tenendo sempre ben presenti i gradi di incertezza. Mi piace immaginare le derive sistemiche dlele tecnologie.

Gli ultimi alchimisti

La convergenza delle opinioni accademiche non è sinonimo di verità. Il geocentrismo tolemaico e il quinto elemento aristotelico sono durati fino al XVII secolo, i fluidi flogistici fino al XVIII, la razza come categoria biologica naturale o il determinismo genetico assoluto fino al XX secolo. La lobotomia ha ricevuto il Nobel nel 1949. La deriva dei continenti non è stata accettata fino agli anni '60. Ci vollero decine di anni – e Pasteur – per far lavare le mani ai medici, dopo che Semmelweis aveva identificato che le febbri puerperali erano causate proprio dai medici che visitavano le pazienti senza essersi lavati le mani dopo aver effettuato autopsie. E persino il grande scienziato Isaac Newton ha sviluppato la teoria della gravitazione universale, efficace sul piano predittivo e matematico, su fondamenti concettuali oggi riconosciuti come incompleti o errati.

Voglio dire che non possiamo pensare che oggi siamo arrivati alla fine del sapere, che la nostra visione contemporanea sia quella giusta per definizione. La visione più recente sembra sempre giusta perché è l'ultima, è la nostra. Ma sbagliamo oggi come si sbagliavano quelli prima di noi. Ci piace pensare di essere scienziati, i più avanzati. In realtà, siamo ancora gli ultimi stregoni, gli ultimi alchimisti.



In quale gruppo mi vedo

Non credo che esistano spiegazioni o formule semplici per problemi complessi. Quando le troviamo – in noi stessi o in altri –, se scaviamo un poco ci accorgiamo che si tratta di posizioni ideologiche. La nostra formazione, la nostra posizione politica o culturale, la simpatia per chi le sostiene (o l'antipatia) giocano un ruolo più profondo di quanto riconosciamo. Le posizioni su cui siamo polarizzati dicono moltissimo su come vogliamo essere visti, sul gruppo al quale desideriamo appartenere. Ma chi pensa in modo autenticamente autonomo non può identificarsi con un gruppo che mantiene posizioni compatte su argomenti diversi e disparati.

Filosofia al confine della scienza

Le scienze di confine, nei loro punti più avanzati, sono indistinguibili dalla filosofia. Laddove non è ancora possibile verificare, è necessario pensare. Le ipotesi – numerose, spesso incompatibili tra loro – non sono soltanto strumenti per predire o spiegare, ma dispositivi cognitivi che ristrutturano la mente di chi indaga. Nel tempo, alcune ipotesi vengono falsificate, altre dimenticate, pochissime sopravvivono: ma è attraverso di esse che le scienze si muovono, non solo verso nuovi risultati, ma verso una nuova forma di comprensione.

La cosiddetta "teoria delle stringhe", ad esempio, viene spesso definita teoria per ragioni di retorica istituzionale, ma non è verificabile né falsificabile nei termini classici della scienza: è un’impalcatura matematica sofisticata, che si muove al confine tra fisica teorica e costruzione speculativa. Eppure ha generato nuove domande, nuovi strumenti concettuali e nuove intuizioni matematiche. È un esempio di come la scienza, quando si spinge al limite, diventa filosofia operativa. E di come la filosofia, quando assume forma rigorosa, possa essere il motore nascosto del progresso scientifico.

Oppure: la meccanica quantistica è una delle teorie più precise e predittive mai sviluppate. Funziona perfettamente. Ma non spiega che cosa accade realmente nei processi fisici che descrive. Implica domande alle quali non sa rispondere con la propria matematica. Per questo esistono molte interpretazioni filosofiche: la realtà esiste solo quando viene osservata (Bohr), ogni possibile esito si realizza in un universo parallelo (Everett), la funzione d'onda collassa spontaneamente a intervalli (GRW) e così via. Ipotesi filosofiche, talvolta accompagnate da formulazioni matematiche. Nessuna finora verificabile sperimentalmente. Eppure ogni fisico che lavora in ambito quantistico adotta, esplicitamente o tacitamente, una sua postura filosofica. La scienza, come ogni attività complessa della vita, ha bisogno della filosofia per pensare ciò che sarà e ciò che deve essere indagato.

La definizione interpretativa

L’iperdefinizione – la ripetizione minuziosa, la variazione di contesto, la ricerca dei bordi, delle sfumature, delle differenze tra i sinonimi – è uno strumento di comprensione cognitiva e intellettuale. Definire non è ridurre: è tentare di vedere con precisione. Reiterare la definizione, correggerla con piccole modifiche successive, è un atto di rigore: significa riconoscere che la comprensione non è mai immediata, che l’intuizione iniziale può essere insufficiente, e che sono spesso i dettagli più profondi a cambiare la sostanza.

Faccio un esempio semplice per mostrare come, una volta definite bene, le differenze tra cose apparentemente identiche si rivelino decisive. In filosofia morale, la libertà non è una sola. C'è quella di fare qualcosa e quella di non essere limitati da vincoli o interferenze. La prima è positiva, la seconda negativa. Isaiah Berlin, nel 1958, scrive che la libertà negativa è assenza di ostacoli esterni; quella positiva implica autodeterminazione, padronanza di sé, partecipazione. A molti può sembrare un dettaglio concettuale. Ma cambia completamente la sostanza di ogni politica della libertà. Una società, ad esempio, può massimizzare la libertà negativa riducendo lo Stato, oppure coltivare quella positiva educando i propri cittadini – o dipendenti, o familiari – alla deliberazione autonoma.

Fare emergere le domande

Mi piace pensare il mio ruolo come quello di un facilitatore di pensiero profondo in contesti decisionali. Non per offrire risposte, ma per creare le condizioni in cui domande migliori possano emergere.

Applicarsi cognitivamente alla comprensione è un dovere intellettuale: non abbiamo obblighi morali più alti di questo, quando scegliamo di entrare davvero in una questione. Il mondo è ciò che accade, scrive Wittgenstein – ma il pensiero è ciò che ne resta, se lo attraversiamo con rigore, dubbio e attenzione.

Nulla è immune al dubbio. Il dubbio non è distruzione: è il solo metodo conoscitivo che non tradisce l’oggetto che interroga. Solo in questo spazio – tra sospensione e analisi, tra silenzio e rigore – può nascere una comprensione che sia all’altezza della complessità del reale.



  • Isaiah Berlin, Two Concepts of Liberty, 1958

  • Ludwig Wittgenstein, Tractatus Logico-Philosophicus, 1921

  • Karl Popper, The Logic of Scientific Discovery, 1935

  • Thomas S. Kuhn, The Structure of Scientific Revolutions, 1962

  • Imre Lakatos, The Methodology of Scientific Research Programmes, 1978

  • Ian Hacking, Representing and Intervening, 1983

  • David Deutsch, The Fabric of Reality, 1997

  • Lee Smolin, The Trouble with Physics, 2006

  • Carlo Rovelli, Che cos’è la scienza. La rivoluzione di Anassimandro, 2011

  • Paul Feyerabend, Against Method, 1975

  • Naomi Oreskes, Why Trust Science?, 2019

  • Barry Barnes, Scientific Knowledge and Sociological Theory, 1974

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