Manifesto
Le organizzazioni spesso non mancano di processi, ma di pensiero.
Molte aziende funzionano, producono risultati, crescono o stagnano. Ma non sanno più spiegare perché fanno ciò che fanno. Operano dentro mappe che un tempo erano forse vere e che oggi continuano a guidare decisioni e stati dell’essere per pura inerzia.
Per interrompere questa condizione serve una diagnosi del pensiero organizzativo, non l’ennesima ottimizzazione dei flussi, un intervento di comunicazione o un riassestamento dei prezzi.
Il lavoro necessario oggi è in larga parte meta-organizzativo: riguarda il senso e le cornici cognitive. Degli indicatori di performance non conta solo il valore, ma ciò che li rende pensabili, e ciò che, al contrario, resta impensabile. È lì che si gioca il perimetro del possibile.
Questo richiede di smontare il linguaggio con cui l’organizzazione si racconta a sé stessa e agli altri. Di individuare mappe che non corrispondono più al territorio, o che non corrispondono al territorio che l’organizzazione vorrebbe abitare. Di portare alla luce attrattori invisibili che guidano comportamenti, decisioni e strategie senza essere mai identificati né nominati.
Disallineare un’organizzazione dal suo presente significa creare attriti cognitivi.
In questo processo i testi contano, perché sono soglie. Visioni, strategie e documenti fondativi non descrivono l’organizzazione: la rendono possibile. Riscriverli o generarli significa modificare ciò che l’organizzazione può vedere, aprendo uno spazio cognitivo in cui diventa possibile ciò che prima non lo era.
Ciò che oggi è in gioco per la sopravvivenza delle organizzazioni non sono le best practice né l’efficienza. Sono la chiarezza cognitiva e l’abbandono di certezze che collidono con una nuova configurazione del pensiero.
Bisogna costruire luoghi concettuali in cui l’unico rischio sia che, una volta entrati, non si possa più uscire uguali a prima.